Buon Natale

Buon Natale
Tommaso e Giacomo sui maialini, simbolo del nostro quartiere.

giovedì 14 febbraio 2019

S. Valentino controcorrente


Ci siamo lasciati l'anno scorso e vi ritrovo nel giorno degli innamorati.
Spero che il nuovo anno sia cominciato benissimo e spero che tutti voi abbiate qualcuno oggi con cui non festeggiare S. Valentino, perchè io non credo debba esserci un giorno stabilito per festeggiare.
Comunque a tutti i romanticoni che oggi invaderanno di cuori e rose le loro città faccio i miei più sinceri auguri.

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Noi, invece, che dobbiamo essere originali per forza, festeggiamo oggi l'ottantesimo compleanno della nonna Mattea.
Eh sì, la nostra nonna emigrante compie oggi ottant'anni, tondi tondi.
Lasciatemi spendere quindi qualche parola per questa donna coraggiosa, che è stata controcorrente tutta la sua vita e che, ancora a 75 anni, ha deciso di seguirci in questa avventura, sostenendoci e aiutandoci sempre.
La storia di mia suocera, mi ha sempre affascinato, perchè ho sempre avuto l'impressione che sia stata un esempio di femminismo inconsapevole.
Dopo un'infanzia e una giovinezza passata in collegio dalle suore (da cui esce solo al raggiungimento della maggiore età ossia a 21 anni) comincia a lavorare come inserviente all'ospedale Molinette di Torino e intanto mette via i soldi per fare il corso da “infermiera professionale”. Nel frattempo vive con la sorella, ma poiché rifiuta un matrimonio combinato, viene cacciata di casa all'improvviso. Solo grazie all'aiuto del suo parroco, riuscirà a trovare una nuova sistemazione ed ad evitare di dormire sulla strada.
Una volta diplomata con grande sacrificio, prende la patente e diventa una delle prime caposala delle Molinette che non fosse una suora e la prima infermiera in assoluto a cui fu concesso di fare i prelievi ai pazienti.
L'essere cattolica fervente non le impedirà di innamorarsi e di andare a vivere con un uomo molto più vecchio di lei e per giunta sposato (ricordiamo che ai tempi il divorzio era appena diventato legale ed era difficile ottenerlo).
Quando rimane incinta del sarà Peppe, la sua famiglia, che già mal vedeva il fatto che lei vivesse con un uomo senza essere sposata, le impone di abortire, ma lei se ne frega e punta i piedi una volta ancora, decidendo di tenere il bambino.
Riuscirà a convolare a nozze solo anni dopo, con il piccolo Giuseppe treenne invitato d'onore.
Purtroppo la vita non è una favola, altrimenti qui ci sarebbe il famoso “e vissero felici e contenti”.
Appena qualche anno dopo il matrimonio, il padre del Peppe morirà a seguito di una caduta, lasciandola appena quarantenne con un bambino di otto anni.
Nonostante la ancora giovane età, Mattea decide che non avrà altre relazioni, rimanendo fedele per sempre all'amore della sua vita, per il quale ha sfidato convenzioni e pregiudizi, che, vi assicuro, non erano come ora.
Dedicherà le sue energie per crescere il frutto di quell'unione al meglio delle sue possibilità e direi, che pure tra mille difficoltà, ha fatto un ottimo lavoro (però io sono di parte).
Alla luce di questo sembrerà meno illogico il fatto che Mattea abbia sempre vissuto con noi e che ci abbia seguito fino in Germania.
Da parte mia, mi sento fortunata per il fatto di avere una suocera così, che è pure stata sempre talmente intelligente da non interferire mai nel rapporto tra me e suo figlio (e nel caso prenderebbe comunque le mie difese).
Comunque sappiate che qualche volta litighiamo anche noi , come in tutte le famiglie che si rispettino e molte volte abbiamo opinioni diverse, ma anche a ottant'anni mia suocera ha idee molto più attuali di tante mie coetanee e, spesso, anche una salute migliore.
Pare che alla fine, al di là di quello che avevo preventivato, una storia d'amore, in perfetto stile S. Valentino, l'abbia condivisa con voi. Forse sono un po' romantica anche io.

Comunque Tantissimi Auguri a tutti gli innamorati e uno speciale augurio a questa donna forte, cocciuta e meravigliosa che è la nostra nonna.
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sabato 22 dicembre 2018

C1


Vi sono mancata? A me voi siete mancati moltissimo, ma il tempo è stato tiranno.
Vi ricordate il post di maggio “gli esami non finiscono mai?”
Io un esame, sulla lunga via del rifarsi una carriera in Germania, l'ho dato: l'esame C1 di tedesco e voglio condividere con voi il risultato.
Siccome mi è costato moltissima fatica, perdonatemi due minuti di vanto perchè l'ho superato con il massimo dei voti e migliore del corso, a dimostrazione del fatto che il mio cervello da quarantacinquenne è ancora adatto a studiare, qualche volta meglio di quello dei ventenni.
Scherzi a parte, perchè, precisiamolo, a scanso di ogni polemica, questo è uno scherzo, la fatica che mi è costato studiare con famiglia, figli e lavoro è stata moltissima, quindi sono contenta che il risultato sia stato buono.
Non vi annoierò con tutti i ringraziamenti in stile notte degli Oscar, sappiate, però, che questo non è stato un risultato solo mio, ma di tutta la meravigliosa squadra che mi ha supportata e sopportata, dalla nonna Mattea che mi ha aiutato con la casa, ai figli che mi hanno corretto i testi di tedesco e provato con me, cronometro alla mano, la presentazione orale, a Giuseppe, che non solo si è sobbarcato moltissimo lavoro per darmi il tempo di studiare, ma mi è anche stato vicino nei miei momenti di sconforto, nervosismo, stanchezza ecc.
Anche il Peppe, a proposito di esami, non è stato con le mani in mano, sta cercando di farsi riconoscere il Master e ha frequentato qualche corso di perfezionamento. Come potete leggere, non ci fermiamo mai.
Oggi, però, i bambini hanno finito la scuola e Giuseppe ha una settimana di vacanze, quindi diamo il via ufficiale al nostro Natale Dopo tanta fatica e poco tempo ora vogliamo goderci la nostra famiglia e festeggiare nel modo più tradizionale: cucinando insieme un sacco di cose buone (normalmente in quantità sufficienti a sfamare l'intero palazzo), mangiando un sacco di cose buone, guardando film natalizi, visitando qualche mercatino e attendendo la tempesta di regali prevista per il 25 dicembre, per cui abbiamo lanciato un'allerta meteo di massima gravità.

Se sopravviveremo a tutto questo, ci rivedremo rigenerati dopo Natale, vi scriverò la mia consueta storia natalizia e ci racconteremo i buoni propositi per l'anno nuovo.
Nel frattempo potreste scrivermi, se vi va, come festeggerete voi il Natale.
Io e la mia pazza, meravigliosa famiglia vi mandiamo l'augurio

che Babbo Natale possa realizzare i vostri desideri

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Questa è la mia faccia soddisfatta dopo l'esame

Buona Vita e Buon Natale

domenica 18 novembre 2018

Heimat


Ci sono parole tedesche che sono meravigliose e intraducibili in italiano: “Heimat” è una di queste, insieme a molte altre che forse un giorno raccoglierò in un altro post.
Ho incontrato questa parola molto tempo fa e per molto tempo l'ho tradotta superficialmente con “Patria”. Questo significato è, in realtà, sbagliato, anche se qualche vocabolario da questa traduzione.
Tommaso, il nostro referente per “il sentimento della lingua” da di Heimat questa definizione che io trovo eccezionale nella sua semplicità:
il posto in cui ci si sente a casa”.
Normalmente è il luogo in cui sei nato e sei cresciuto, di cui condividi le tradizioni e in cui ti senti a tuo agio.
In tedesco però si può dire anche, ad esempio per chi come me adora la letteratura che “la letteratura è la mia Heimat”.

La "Mole Antonelliana" fotografata dal Peppe
Al di là di tutti i significati simbolici, il nostro recente viaggio a Torino mi ha fatto molto riflettere:

Dov'è il posto in cui mi sento davvero a casa?”.

Torino, la mia Torino, la città in cui ho passato la mia adolescenza e la mia giovinezza in effetti non l'ho più riconosciuta; certo gli edifici meravigliosi sono sempre lì, “Palazzo Reale”, “Via Garibaldi”, così come l'Università che ho frequentato per tanti anni (e che di meraviglioso non ha davvero niente), ma io non sentivo più la mia città.
Mi sono chiesta se fossi io ad essermi disabituata al traffico intenso della citta, alla gente che non rispetta i semafori, figurarsi le strisce pedonali, allo smog e a tutti quei piccoli atti di inciviltà che, forse, c'erano anche prima, ma che non notavo.
Poi, all'improvviso, ritrovavo, in mezzo ai nuovi negozi, un'insegna famigliare, o una piazza nella quale avevo passato le mie nottate da studente o, ancora, un vecchio drago di legno sul quale mi ero arrampicata da bambina e sul quale si stavano arrampicando ora i miei figli. 
 Allora per un momento il tempo si fermava e mi assaliva la nostalgia di casa, mi accorgevo di quanto mi erano mancate quelle strade, quegli odori, quei sapori che per me sono stati casa. Era un attimo però, perchè subito dopo la vita ritornava a scorrere normalmente e io venivo riportata alla dura realtà.
La realtà è che dopo 5 anni lontana, io sono cambiata ed è cambiata anche Torino, ma io non ero lì per lei e lei non era lì per me ed ora sembravamo due ex fidanzati che hanno qualche ricordo in comune, ma le cui storie si sono allontanate sempre di più.

Interno della cupola del Guarini restaurata (Duomo di Torino)
                            
Allora, malgrado la bellezza mozza fiato di questa cittò, gioia infinita di incontrare di nuovo gli amici, quelli che sono rimasti e che continuano, pur tra mille difficoltà, a condividere il mio percorso, malgrado i miei genitori e miei parenti, dopo una settimana passata da turisti in quella che è stata la mia città, ho avuto voglia di tornare a “casa”.

Basilica di Superga in giornata uggiosa

Sì, perchè è innegabile che Bonn è la nostra casa ora, ma è davvero la nostra Heimat? E' l'Heimat dei nostri figli, che qui si stanno costruendo i loro ricordi, ma possiamo io e Giuseppe davvero sentirci a casa in un posto dove comunicare è ancora difficile?
Non è solo una questione di lingua, ma anche di “forma mentis” e di tradizioni.
Ieri ho partecipato all'Elterncafè (il caffè dei genitori) organizzato dalla classe di Giacomo prima del “Martinzug”, la sfilata di S. Martino che ogni anno viene organizzata dai vari quartieri di Bonn. Per saperne di più vi linko un vecchio post su questa bella usanza. Durante questa riunione, me ne stavo seduta insieme ad altre mamme che si raccontavano di quando ci partecipavano loro al Martinzug e di quanto erano contente da bambine di costruire le lanterne e di cibi e decorazioni tradizionali di cui io non ho mai sentito parlare.
Capivo ogni cosa che veniva detta e, tuttavia, mi sentivo straniera come il primo giorno che sono arrivata.
Loro hanno trovato davvero molto affascinante, quasi esotico, il fatto che la sera noi mangiamo tutti insieme e, addirittura cuciniamo, così come io continuo, dopo quasi 5 anni, a trovare strano che loro facciano fare cena ai loro figli alle cinque o alle sei del pomeriggio davanti alla tv da soli.

Inoltre, noi continuiamo a mangiare il panettone a Natale, ma ora mangiamo anche lo Stollen e festeggiamo la Befana, invece di S. Nicola, ma abbiamo cominciato ad appendere le stelle di Natale luminose alla finestra durante l'avvento.

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Forse è il destino di ogni immigrato perdere un po' di quell'identità legata alle proprie radici per fare spazio a nuove tradizioni che, forse non sentiremo mai nostre davvero, ma che non per questo saranno meno arricchenti.

E mentre me ne sto qua a riflettere e a scrivere arriva Giacomo e mi dice:
Per me è uguale (traduzione letterale dal tedesco). Heimat è dove siete tu papà, la nonna e, qualche volta, anche Tommaso”, perchè il bello è stare tutti insieme”.

Che cosa si può aggiungere?

Buona Vita a tutti voi e al bambino che ognuno ha dentro di sé.

lunedì 8 ottobre 2018

L'apparecchio


Lo sapevamo già da più di tre anni e quest'estate è arrivato il momento: il prode Giacomino ha dovuto mettere l'apparecchio ai denti.
Purtroppo il nostro cucciolo è affetto da protrusione mandibolare. Detta così sembra una malattia gravissima, in realtà è semplicemente il cosiddetto “morso inverso”.

Anche Shrek aveva la protrusione mandibolare

Pur non essendo un problema di salute grave è, comunque, una situazione seria poiché, nel suo caso è un disturbo genetico ed ereditario e, per questo, difficile da correggere in quanto potrebbe sempre tornare.
Ovviamente il problema non è tanto di carattere estetico quanto funzionale, con possibili ripercussioni sulla masticazione, sul linguaggio e sulla postura.
Per questo è stato molto importante fare una diagnosi precoce e intervenire tempestivamente.
Non a caso una delle prime visite a cui sottoponemmo Giacomo, allora treenne fu dall'ortodontista (qui Kieferorthopaede).
Il dottore stabilì che era troppo piccolo e che avremmo dovuto aspettare fino ai sette anni e mezzo (quando avrebbe cambiato i denti).
Ora ci siamo e come regalo per l'ottavo compleanno Giacomo ha ricevuto un bellissimo apparecchio ai denti (anzi due) oltre ai normali regali di compleanno.
La cura, purtroppo, è un po' invasiva perchè consta, appunto di due apparecchi.
Il primo lo abbiamo già messo e deve essere allargato ogni sera, perchè il palato è sottosviluppato (retrusione mascellare) e deve tornare in tempi brevi a dimensioni normali per permettere ai denti un buon posizionamento, mentre il secondo, che è in pratica una maniglia, servirà a tirare in avanti il palato, lo terrà solo la notte e lo avremo tra 6/8 settimane circa.


Per ora Giacomo sta reagendo meglio del previsto e, dopo qualche scena iniziale durante le prove nello studio medico, si è abituato prestissimo alla situazione.
Certo la sua pronuncia (già fortemente tedesca) non ne ha tratto giovamento ed ora è ancora più buffo sentirlo parlare in italiano, ma pare che in tedesco non si noti la differenza (e questo la dice lunga sulla musicalità di questa lingua).
Il giorno che hanno messo l'apparecchio a Giacomo io ero più agitata di lui, avevo comprato due scatole di paracetamolo, perchè il dottore aveva detto che avrebbe potuto avere la febbre, tre confezioni di gelato, nel caso il mio bambino non avesse potuto mangiare e avevo allertato la maestra che forse Giacomo non avrebbe potuto andare a scuola per qualche giorno.
Inutile dire che il piccolo paziente ha avuto solo un po' di fastidio e con il suo apparecchio nuovo, tutto orgoglioso, è andato a fare taekwondo subito dopo (mentre la mamma si è consolata con il gelato).
L'intero trattamento durerà un anno/un anno e mezzo e costerà complessivamente un po' meno di 1450 euro.
Ovviamente io e il Peppe saremmo stati pronti a pagare l'intero importo e anche di più, perchè si sa che noi genitori vorremmo che i nostri figli non prendessero mai nemmeno l'influenza.
Il medico ci ha però spiegato, con molta pazienza, che nei casi come quello di Giacomo, ossia seri e non motivati solo da ragioni estetiche, la Krankenkasse paga 80% della parcella, che arriva trimestralmente, mentre noi anticipiamo il 20%. Scrivo anticipiamo perchè, a cura terminata, dopo che il medico avrà espresso parere positivo sul risultato (almeno momentaneo), la Krankenkasse ci restituirà anche quel 20%.

Questa vicenda mi ha fatto molto riflettere.
Io non sono una persona che si abbatte facilmente e sono consapevole del fatto che i problemi veri sono altri, tuttavia ho passato molti momenti di tensione e vi mentirei se vi dicessi che ogni tanto non mi preoccupo per questa storia (la mia conoscenza scientifica del problema lo dimostra).
Il fatto che l'assicurazione sanitaria paghi questo trattamento (e non solo, visto che anche tutte le medicine e persino gli occhiali sono gratis per i bambini) mi ha molto sollevata.
Non è soltanto una questione economica, anche se sono consapevole che per molte famiglie, soprattutto in Italia, questo non è un fatto secondario, ma è il significato che assume questo gesto. Anzitutto vuol dire che esiste un vero diritto alle cure, indipendentemente dalle possibilità economiche della famiglia e questo assume un valore ancora più forte quando si tratta di bambini.
Inoltre, a me personalmente ha fatto sentire di avere una protezione contro le avversità, come se qualcuno (lo stato in questo caso) mi dicesse: “Il vostro bambino ha un problema e noi vi sosteniamo, non vi lasciamo da soli, perchè vostro figlio è importante anche per noi”.
Lo so, sono una romantica ottimista, ma quando ho ricevuto la lettera della nostra assicurazione sanitaria che ci diceva che aveva accettato il preventivo e augurava a Giacomo “in bocca al lupo per la cura”, beh non sono riuscita a rimanere indifferente.
Ho già notato molte volte e molte volte ho scritto di questa attenzione da parte delle istituzioni nei confronti dei bambini e, anche se ogni tanto può sembrare un po' invasiva, è certamente una cosa positiva far sentire i cittadini protetti, da fiducia e aiuta a vivere meglio, anche le incognite del futuro.
Non fraintendetemi, la Germania è un paese molto lontano dall'essere perfetto e, per avere questo trattamento, si pagano delle signore tasse (non più alte di quelle in Italia comunque), ma almeno non ci si sente perennemente ignorati, quando non in conflitto aperto con “lo stato”.
Probabilmente molti tedeschi non saranno d'accordo con me, ma credo che sia tutta una questione di punti di vista.
Ditemi il vostro parere, se vi va, venitemi a trovare su FB, così potrete vedere le foto della rubrica “Germania capitale della moda” e Buona Vita a tutti, incognite del futuro comprese.


mercoledì 12 settembre 2018

Scuola e lavoro


Lunedì è cominciata la scuola in Italia. In Germania abbiamo già cominciato, più o meno da 15 giorni.
Innanzitutto tantissimi “in bocca al lupo” a tutti, ma, soprattutto ai genitori degli alunni di prima elementare: è dura vedere il proprio cucciolo affacciarsi sul mondo.

Che cosa pensereste se il primo giorno di scuola vostro figlio, che frequenta l'ottava classe (terza media in Italia) invece di portarvi la lista dei libri e del materiale scolastico vi consegnasse una lettera inviata dall'ufficio del lavoro che esordisce con: “Non vorreste che vostro figlio un giorno si guadagnasse da vivere da solo?”

E' quello che è successo a noi.
Dopo le vacanze il mio tedesco era un pochino arrugginito e ho dovuto leggere due volte, ma la frase non lascia spazio a dubbi di sorta.
La mia prima reazione è stata di incredulità e anche di leggero shock: Tommaso ha appena compiuto 13 anni, quindi per me è ancora un cucciolo, un cucciolo “adolescemo”, ma pur sempre un cucciolo. Ancora non riesco a guardarlo ed immaginarmi un “professionista”.

Del resto non si tratta di questo: la lettera ci presenta la possibilità di far fare a Tommaso una serie di colloqui e di test (quelli in Germania non possono mancare) con dei professionisti, in modo da poter usufruire di un orientamento professionale ad personam. 
Il tutto è strettamente confidenziale, né la scuola, né altri enti saranno informati dei risultati ed ha l'unico scopo di fornire agli allievi che decidono di accettare dei percorsi formativi in linea con i loro interessi e le loro capacità.
A tutti quelli che non danno il consenso verranno ugualmente presentati dei percorsi professionali, ma non specifici.
Già quest'anno, infatti, mentre i colleghi italiani si cimenteranno nelle prove INVALSI e negli esami di terza media, nelle scuole superiori tedesche (non dimenticate che noi non abbiamo le medie) verranno organizzate giornate, chiamate “giornata delle ragazze e dei ragazzi” in cui si faranno provare agli allievi diversi lavori.

Questo è solo il primo passo di un orientamento al lavoro molto scrupoloso: nel corso dei prossimi anni, tutti gli studenti, anche quelli del Gymnasium (cioè gli unici che alla fine delle superiori potranno accedere all'Università) passeranno alcune settimane a provare diversi lavori (anche all'estero se lo desiderano). Del resto tutti in 10 classe (o in 9 a seconda delle scuole) dovranno sottoporsi ad un esame che darà loro un diploma per accedere agli Ausbildung (corsi professionali). Per gli studenti delle Realschule e delle Hauptschule la scuola termina qui, mentre gli studenti del Gymnasium proseguono fino alla maturità (l'Abitur).
Per ulteriori info sul sistema scolastico tedesco vi rimando a questo chiarissimo post: 


Come se questo non bastasse, durante le superiori, tutti gli allievi, tramite la scuola stessa, vengono iscritti all'ufficio del lavoro (l'Arbeitsamt).
Vista in quest'ottica la lettera che abbiamo ricevuto rientra in una logica che a noi (che veniamo dall'Italia) è sfuggita completamente.

Orientare i ragazzi è, del resto, fondamentale per lo stato che, in questo modo, ha la possibilità di formare professionisti contenti e non dovrà in seguito formarli nuovamente (anche se questa è una possibilità sempre presente in Germania, anche perchè gli Ausbildung sono retribuiti).
La nostra reazione emotiva rispecchia la differenza tra due mentalità e due concezioni della scuola e del lavoro profondamente diverse tra loro.
Credo, ma questa è una mia impressione personale, che in Germania l'obiettivo della società e dei genitori in primis, sia quella di rendere autonomi e indipendenti i giovani. 
Questo l'ho riscontrato anche parlando con molte amiche tedesche che danno per scontate che verso i 18 anni i figli andranno a vivere da soli, sia che frequentino l'Università, sia che si trovino un lavoro, dopo aver frequentato l'Ausbildung.
I ragazzi che rimangono in casa sono davvero pochissimi e, solo se frequentano l'Università nella stessa città dei genitori, questo è, in qualche modo, tollerato.

Un ultima precisazione che farà da ponte per il prossimo post.
In Germania i libri non si pagano, perchè la scuola li da ai ragazzi in prestito d'uso, il diario lo regala la scuola e il materiale scolastico, in generale è molto economico (ma per sapere qualcosa di più sulle differenze tra scuola tedesca e scuola italiana vi rimando a due post vecchi, ma che rispecchiano ancora il mio pensiero:
"W la scuola" e Scuola 2.0

Fatemi sapere cosa ne pensate, o raccontatemi la vostra esperienza nei commenti, mi aiuterà a chiarirmi le idee e nel frattempo 

Buona Vita a tutti





martedì 4 settembre 2018

Lavoro e Burocrazia


Il ritorno dalle vacanze è sempre intenso, ma quest'anno, dal momento che abbiamo deciso che è arrivato il momento di iniziare la mia carriera lavorativa in Germania, ancora di più.
Naturalmente, questo processo necessita di lunga (lunghissima) trafila burocratica, ricca anche di incontri con incompetenti e crisi di nervi, tutto in salsa tedesca; il che, da un lato ti lascia sempre il dubbio che la colpa sia tua perchè non padroneggi bene la lingua, dall'altro ti lascia la frustrazione di non poterli insultare come vorresti, perchè non padroneggi bene la lingua e soprattutto vivi con l'ansia di esserti perso qualche informazione importante, perchè non padroneggi bene la lingua.

Fatte queste premesse, prima delle vacanze contatto il numero verde (il cui nome da solo basta a scatenare crisi di panico) dell' Arbeitsamt (l'ufficio del lavoro tedesco) per ottenere un appuntamento. 
Incontro un'impiegata gentilissima che mi spiega che devo prima fare l'iscrizione e che per fare l'iscrizione devo mandare il mio C.V e i documenti che attestino i miei studi. 
Mi dice che posso mandarli via mail e mi da anche l'indirizzo.

Al ritorno delle vacanze (ho bisogno dei miei tempi) invio tutto e ricevo una risposta automatica che assicura che in 5 giorni lavorativi otterrò una risposta, ma via posta perchè per una questione di protezione dati non possono mandarla via mail.

Oggi ricevo una mail, in cui mi scrivono che hanno provato a contattarmi (alle 8,15 il mio cellulare era ancora spento) e che mancano alcuni dati per completare l'iscrizione.

Telefono ed incontro l'impiegato che nessuno vorrebbe incontrare: maleducato, sbrigativo, supponente. 
Siccome capisce subito che sono straniera, mi parla anche in modo velocissimo, così capisco la metà di quello che mi dice: in sostanza, lui non può fare assolutamente nulla per me, non capisce perchè io abbia inviato il C.V via mail (me lo ha detto una sua collega), non capisce perchè io non sia andata direttamente all'ufficio competente (perchè devo prima fare l'iscrizione) e conclude dicendo che posso andare senza appuntamento ogni Giovedì e che la collega con cui ho parlato precedentemente non sapeva niente...
Dopo averlo salutato (e non mandato a stendere per i motivi sopracitati), mi prendo un momento per far sbollire rabbia e frustrazione, controllo il sito dell'Arbeitsamt non trovando nessuna conferma di quello che mi ha detto, ma in compenso molti giudizi negativi che confermano che molti impiegati (anche in Germania) non sanno fare il proprio lavoro. 
Mi consolo pensando che, alla fine, non è una questione di conoscenza linguistica, ma sono anche delusa e un po' perplessa (ma come i tedeschi tanto precisini)...
Alla fine decido di dare retta al mio italico istinto (non mi farò mica sconfiggere dalla burocrazia tedesca, io, che combatto da anni contro L'Inps) e faccio quello che qualsiasi italiano di buon senso farebbe: richiamo, sperando di trovare un impiegato migliore.
Per fortuna, il santo patrono della burocrazia mi miracola e trovo un'impiegata fantastica che trova la mia pratica, mi fa un interrogatorio di mezz'ora per completare i miei dati (dati che, peraltro erano tutti nei documenti che ho spedito) e alla fine, quando tenta di prendermi un appuntamento scopre che io avevo ne ho già uno (di cui non sapevo niente). Mi spiega ancora che riceverò invito (all'appuntamento), numero di iscrizione e altre informazioni (arrivato due giorni dopo per posta un plico di 15 pg).

Se tutta questa fatica, compresa la lettura del plico,  darà i suoi frutti, ve lo saprò dire tra 15 giorni.
Voi intanto pregate il santo protettore della burocrazia per farmi trovare un impiegato competente e, magari, pure simpatico.

Nel frattempo, ho scoperto che esistono due modi per iscriversi:
Si può andare direttamente alla sede dell'Arbeitsamt, compilare con l'addetto il questionario (e poi aspettare l'appuntamento e ritornarci) oppure, inviare il C.V. e quant'altro come ho fatto io.
La prima possibilità prevede, però, ore di coda (perchè non è su appuntamento) e ne usufruiscono soprattutto gli stranieri che non conoscono la lingua. 
Per questo motivo, quando un impiegato parla con qualcuno che conosce un po' di tedesco, preferisce suggerire l'invio del C.V. corredato da una lettera che spieghi il motivo per cui ci si vuole iscrivere.
Non ho trovato nulla circa la possibilità di farlo online, ma non lo escludo.
Tutta questa trafila, però, vi tocca solo se siete stranieri, per i tedeschi e per i ragazzi in età scolare è tutta un'altra (per'altro interessantissima) storia, che vi racconterò nel prossimo post, perchè mi ha molto colpito.

A tutti Buona Vita e, state lontano dalla burocrazia finchè potete.


lunedì 27 agosto 2018

Lessico familiare


Vi avviso subito: questo post non è adatto ai “nazigrammar”. 
Avete presente quelli che, se scrivete qual è con l'apostrofo, vi tolgono il saluto e che se sbagliate un congiuntivo si fanno prendere da un attacco d'ansia? 
Esattamente loro. 
Se corrispondete al profilo sopraindicato, saltate subito al prossimo post.

Devo ammettere che, prima di emigrare facevo anche io parte di quelli che si scandalizzavano davanti a un imperfetto usato al posto di un congiuntivo. 
Da quando sono qui, però, anche questo aspetto di me è cambiato, almeno un pochino.

Appena arrivati in Germania io e il Peppe avevamo le idee ben chiare riguardo al futuro linguistico della nostra famiglia:

1)Volevamo che i nostri figli diventassero bilingui (nel senso di padroneggiare entrambe lingue come la propria madrelingua).
2)Per noi, che non potevamo più cogliere tale opportunità, volevamo imparare il tedesco, continuando a mantenere la nostra lingua madre.

Le nostre preoccupazioni erano tutte volte alla nuova lingua e non ci aveva neanche sfiorato l'idea che, ad un certo punto, le nostre difficoltà sarebbero state doppie: non sapere bene il tedesco e, nello stesso tempo, dimenticare l'italiano.

Del resto che ci vuole a continuare a parlare la tua lingua e farla parlare ai tuoi figli?

Invece, 4 anni dopo...

Giuseppe le hai prese le Tasche (letto Tasce=Borse) per la spesa?”
Na klar (certo), ma dobbiamo andare al supermarket dopo il Termin dal Kinderarzt (appuntamento dal pediatra)?”.
Kinder (bambini) li avete finiti gli Hausaufgaben (compiti).
Giacomo: “Si mamma, ich bin fertig (ho finito)”
Tommaso: “io auch!”
...Giuseppe dall'altra parte della casa urla “Kein Deutsch (Nessun tedesco) in casa”.

O ancora, discussione recente con Giacomo:
Mamma le hai fatte le Einladungen per il mio compleanno?”
Sì tesoro, ma come si dice in italiano?”
...mhhh..., inviti?”
Sì, bravo, gli inviti.”
Mamma, ma se noi diamo gli inviti ai miei compagni tedeschi loro non capiscono, possiamo dargli le Einladungen?

Ecco a casa nostra parliamo il “krukkito”, con buona pace, non solo dei “nazigrammar” , ma delle grammatiche proprio!

Se anche voi state sperimentando lingue inedite, raccontatemelo nei commenti e, nel frattempo, Buona Vita a tutti, ma soprattutto ai “nazigrammar”.