Buon Natale

Buon Natale
Tommaso e Giacomo sui maialini, simbolo del nostro quartiere.

giovedì 21 giugno 2018

Inizi krukki


Mi è venuto in mente, leggendo qualche vostro commento, che non vi ho mai raccontato le nostre avventure iniziali qui in Germania, né come abbiamo vissuto quei primi mesi.

Sono passati quasi 4 anni da allora, ma il ricordo di quelle emozioni resta indelebile nella mia memoria, come tutti i traumi. In generale, ma questo lo sapete già, c'era la felicità di esserci riuniti, anche se io e Giuseppe abbiamo avuto bisogno di po' di tempo per riabituarci l'uno all'altra.
Dopo sei mesi passati a gestire da sola tutta la famiglia io mal sopportavo quella che sentivo come un' ingerenza negli “affari miei”, mentre lui ha dovuto riprendere confidenza con i ritmi di una famiglia, che non ti lascia riposare dopo lo stress del lavoro.
In quel momento, oltretutto, di stress al lavoro ne aveva parecchio, perchè un conto e frequentare il corso di tedesco, un conto è dover parlare tedesco per 8 ore al giorno con colleghi , superiori e parenti dei malati, che non possono rispettare sempre i tuoi tempi e che, spesso, giudicano le tue capacità lavorative dal livello delle tue conoscenze linguistiche.

La tensione, però, l'ansia e lo stress in generale non erano limitati all'ambiente lavorativo del Peppe: ogni cosa era per noi una novità, non solo non conoscevamo la lingua (chè già sarebbe bastato), ma non conoscevamo neppure il sistema.
Ci sembrava di camminare sulle uova, con il timore di fare errori irreparabili ad ogni passo.
Ovviamente di errori ne abbiamo fatti tantissimi, ma, fortunatamente nessuno irreparabile.
Io non avevo idea di cosa si aspettassero gli altri da me e questo mi metteva un'ansia terribile.
Per fortuna, Giuseppe, essendo qui da più tempo di me e non essendo una persona ansiosa, cercava di tranquillizzarmi e di spiegarmi che i tedeschi non erano poi così fiscali, Sfortunatamente per me, io non riuscivo a credergli e quindi mi agitavo anche per delle cavolate.

Un esempio per tutti. La maestra di Tommaso ci consegnò una lettera in cui ci davano varie informazioni e che concludeva con la richiesta di genitori che potessero andare ad aiutare i bimbi stranieri (tra cui il mio) a imparare il tedesco.
Io mi sentii chiamata in causa e in dovere di andare a scusarmi con l'insegnante, chiarendo (perchè pensavo che ce fosse bisogno) che il mio tedesco non mi permetteva di prendere parte all'iniziativa. Giuseppe cercò di spiegarmi che non era sicuramente indirizzato a noi quell'invito, ma io avevo paura che se non avessi risposto la maestra avrebbe pensato che non mi interessavo di mio figlio. Morale: ci misi un'ora e mezza a studiare le due frasi che avrei dovuto dire alla maestra, il giorno dopo gliele recitai, modello bambino con la poesia di Natale, lei mi guardò con un misto di stupore e compassione e mi rispose di non preoccuparmi, che no, l'invito era per i madrelingua tedeschi.
Ovviamente di queste figure e malintesi, come quando riempii la busta per il lancio delle caramelle a Carnevale con caramelle morbide non incartate e pezzi di carota (vi lascio immaginare il pastrocchio finale) ne feci moltissime, dettate più dall'ansia che dalla scarsità di mezzi linguistici.

Tremavo ogni volta che suonava il campanello, passavo le giornate (ancora oggi in verità) a tradurre le lettere che arrivavano e le telefonate erano un incubo.
Per mesi ci siamo recati dai medici per prendere gli appuntamenti perchè io non capivo gli orari e i giorni al telefono.

Per me poi, che padroneggiavo la mia lingua e ne conoscevo i segreti, non riuscire a comunicare era terribile, ma era la nostra quotidianità, tra inadeguatezza, rabbia, ma anche curiosità e ottimismo.
Sono state tre, però, le volte in cui, davvero, la mancanza di strumenti linguistici e il non conoscere il sistema ci ha veramente spaventato... Seguitemi nel prossimo post per conoscere “i traumi che mi ha regalato la Germania”.

Nel frattempo, Buoni inizi e Buona Vita a tutti

giovedì 31 maggio 2018

Gli esami non finiscono mai

"Ce la facciamo"
E' molto tempo che non scrivo, Maggio è stato un mese molto impegnativo, come, del resto, tutto questo 2018.

C'è un post, però, che mi è frullato in testa per tutto il mese: Maggio è, o meglio, è stato, il mese della festa dei lavoratori e della festa della mamma.
In entrambe le occasioni si sono spesi fiumi di inchiostro per discutere della difficile condizione dei lavoratori (per quei fortunati che il lavoro lo hanno) e, in particolare, delle donne che troppo spesso devono scegliere tra figli e lavoro.
Solitamente questa è una scelta irreversibile: le donne che decidono di lasciare il lavoro sono consapevoli del fatto che, difficilmente, riusciranno a rientrare nel sistema, almeno in Italia.

Oggi io voglio andare contro corrente, voglio lanciare un messaggio di speranza e raccontarvi storie di donne/mamme che sono riuscite a reinventarsi, perchè essere mamme non può essere una condanna all'ergastolo e non deve diventare l'unico aspetto che definisce una donna per sempre.
In Germania e, ho scoperto, anche in altri paesi, a parte l'aiuto che viene offerto alle famiglie con figli (come il doposcuola fino alle 16,30 e durante le vacanze), esiste un sistema di formazione continua che permette a tutti (non solo alle donne) di migliorare la propria posizione lavorativa, o di cambiarla.
Non è infrequente, dunque, vedere persone mature che decidono di tornare sui banchi di scuola.
Questo, come prevedibile, coinvolge anche molte mamme, che decidono di prendersi una pausa dal lavoro o di svolgere dei lavoretti (il minijob, di cui già vi ho parlato) per un periodo più o meno lungo e poi, quando i figli cominciano a crescere, vogliono tornare a lavorare.

Per esempio, la mia amica tedesca Ute (naturalmente tutti i nomi sono di fantasia) che, circa 13 anni fa, dopo aver scoperto di non poter avere figli, con il marito ha adottato una bimba. Per godersi a pieno il tempo con sua figlia ha deciso di lavorare come badante solo al mattino, ma quando Olivia ha cominciato il Gymnasium (a 10 anni) ha deciso che era arrivato il momento di pensare alla carriera.
A 52 anni Ute ha cominciato un Ausbildung per diventare direttrice di mensa ospedaliera ed oggi, non solo lavora, ma è molto ricercata.

Certo Ute non ha il problema della lingua, ma non è un problema insormontabile: anche la mia amica indiana Padmina, quando suo figlio ha incominciato il Gymnasium ha cominciato ad interessarsi della propria carriera e ora sta frequentando un corso di tedesco per poter accedere ad un Ausbildung per diventare maestra di asilo. Una volta concluso l'Ausbildung non avrà alcun problema a trovare lavoro.

Lo stesso dicasi di Lorena, italiana, mamma di due maschietti di 10 e 6 anni, venuta qui a seguito del marito e innamoratasi della Germania, che ora frequenta un corso di tedesco 8 ore al giorno per poter cominciare a settembre un Ausbildung come assistente alla poltrona. Nel suo caso, il lavoro lo ha già trovato, ora deve solo imparare a farlo.

La storia della mia amica Bianca, però, è quella che preferisco, perchè dimostra che se non ci si arrende alla fatica, ce la si può fare e che non è importante da dove si comincia, ma dove si può arrivare.
Emigrata qui per amore un anno dopo di noi, ha dovuto lasciare il suo lavoro di capo contabile di un'azienda in Ungheria. Bianca, mamma di un meraviglioso ragazzo di allora 15 anni, conosce bene 5 lingue, ma ahimè il suo tedesco era scarso.
Per questo motivo, nonostante tutte le sue competenze e la sua esperienza, l'unico lavoro che ha trovato (tre giorni dopo il suo arrivo) è stato come donna delle pulizie in un Hotel.
Non l'aveva mai fatto e per lei è stato come cadere dalle stelle alle stalle. A 47 anni anche fisicamente è stato per lei un shock (ha perso 10 kg in tre mesi), ma, nonostante la frustrazione e la rabbia, non si è arresa.
Per due anni, dopo il lavoro, ha frequentato il corso di tedesco con me. Certe volte non riusciva nemmeno a camminare, tanto le facevano male le gambe.
Studiava la sera e in tutti i momenti liberi, e ce l'ha fatta: ha migliorato il suo tedesco in tempi record, tanto da riuscire ad ottenere un posto in un corso di formazione per diventare contabile anche in Germania ed ora sta studiando per l'esame finale.

E poi ci sono io, che mi sono ispirata a tutte queste storie e che divisa tra il mio lavoretto da insegnante e la mia famiglia, studio tedesco da 4 anni ininterrottamente ed ora, finalmente, ho cominciato il corso C1, alla fine del quale potrò iscrivermi all'Università.
Non so ancora esattamente che cosa voglio fare da grande (sto valutando un paio di possibilità), ma la Germania mi ha insegnato che non sono vecchia e che posso ancora realizzare i miei sogni.

Tutto questo naturalmente ha un prezzo, un prezzo fatto di serate e fine settimana passati sui libri, di case incasinate e cene arrangiate, di frustrazione (qualche volta) e di fatica, tanta fatica, non solo nostra, ma anche dei nostri compagni, senza il sostegno dei quali tutto questo non sarebbe possibile.
Nonostante tutto, però, io sono grata alla Germania perchè mi ha dimostrato che in un paese dove l'unico limite sei tu, vivere è un'avventura meravigliosa.

Buona vita a tutti

giovedì 26 aprile 2018

Kit di sopravvivenza


Quando si cambia stato, si cambiano inevitabilmente anche le proprie abitudini e ci si trova improvvisamente senza oggetti che prima davamo per scontati o, al contrario, non si ha più bisogno di qualcosa a cui prima non avremmo mai pensato di rinunciare.
Dopo 4 anni di Germania, ecco la mia personalissima lista dei “mai più senza” che in Italia non usavo.

1.La lavastoviglie. So benissimo che le lavastoviglie esistono pure in Italia e che io, probabilmente ero l'unica a non averla. 
In Italia, però, la nonna Mattea ha sempre voluto lavare i piatti e si è sempre opposta alla lavastoviglie. 
Mia suocera è buona e cara, ma io non consiglierei nemmeno al mio peggior nemico di discutere con lei, perchè quando si mette in testa una cosa deve farla per forza a modo suo fare a modo suo. 
Anche io, del resto, non ero troppo convinta; tutti mi dicevano che tanto bisogna sciacquare i piatti prima e quindi e come lavarli... e che consuma un sacco ecc. 
Quando siamo arrivati in Germania, però, ci è venuto a mancare lo scolapiatti, quello incassato nel mobiletto che, di solito, sta proprio sopra il lavandino. 
Lo abbiamo cercato a lungo, ma ne abbiamo trovati solo, o di quelli di legno da mettere a fianco del lavandino, o come quelli italiani, ma piccolissimi. 
Orfana di scolapiatti, Mattea si è convinta a provare la lavastoviglie e da allora è diventata la sua migliore amica.

2.L'asciugatrice. Meno diffusa e più cara c'è anche in Italia anche questa, ma io, pur venendo dal nord Italia, non conosco nessuno che la possegga. 
Sarà che si può stendere sui balconi, mentre qui non si possono mettere i fili per stendere e stendere le lenzuola matrimoniali sugli appendini presenta una certa difficoltà; sarà che ogni tanto pure d'inverno in Italia il sole si fa vedere, mentre, almeno a Bonn, viviamo per mesi dentro 50 sfumature di grigio con il 70% di umidità.
Vero è che quasi tutti i palazzi hanno una stanza dove tutti possono stendere, ma la mia è 4 piani sotto il mio appartamento, senza l'ascensore e noi siamo 5 in famiglia (di cui uno in piena preadolescenza e un settenne, che a confronto Peppa Pig levati proprio), quindi facciamo millanta lavatrici alla settimana. 
Comoda, piazzata sopra la lavatrice, come nella migliore tradizione nordica, è diventata un membro della famiglia importante, quello più silenzioso di tutti.

3.Il mio migliore amico in assoluto, quello senza il quale ormai non posso più uscire di casa, il vocabolario di tedesco

So che ormai viviamo nell'era tecnologica, cioè voi vivete nell'era tecnologica, io no. 
Da quattro anni il mio vocabolario mi segue ovunque, ho pure dovuto rinunciare alle borse piccole per poterlo portare con me, perchè è anche un po' più grande di un normale vocabolario tascabile (lo so, praticità è il mio secondo nome). 
Scocciato almeno tre volte, so che sarebbe il caso di mandarlo in pensione e spesso non lo uso nemmeno più, ma è diventato la mia coperta di Linus.

4.Il macinacaffè. Non poteva mancare un accenno mangereccio. 
Il fatto è che il caffè tedesco non è adatto alla moka (che abbiamo trovato anche in versione “cucina ad induzione” all'ikea). 
Non saprei dirvi se è macinato troppo sottile o troppo grosso, ma il risultato è un caffè troppo leggero e con un fortissimo gusto di bruciato. 
In realtà il caffè italiano qui si trova senza problemi, almeno quello delle marche più conosciute, ma quello già macinato costa moltissimo (anche 20 euro al kg) e proprio non mi va giù di spendere così tanto, anche perchè noi di caffè ne beviamo parecchio. 
Il caffè italiano in grani si trova, invece, ad un prezzo conveniente (soprattutto durante le offerte, che qui ci sono a scadenze regolari). Dopo vari tentativi ed esperimenti abbiamo dunque investito in un macinacaffè e da allora possiamo, finalmente, bere un buon caffè anche in Germania.

5.Netflix. Netflix è un acquisto recente, ma è subito entrato nei nostri cuori. 
Devo premettere che noi non abbiamo la televisione italiana, che si può vedere (ma solo le 3 reti rai e i 3 principali canali fininvest) con un abbonamento di circa 5 euro al mese, aggiunto alla bolletta telefonica. A noi, però, la televisione italiana, tranne alcuni programmi che non si trovano nei canali disponibili per l'estero non piace. 
Non siamo entusiasti neppure della (carissima) televisione tedesca, a dire il vero. 
Provato per la nonna, che è l'unica che non lo usa, Netflix si è rivelato un ottimo aiuto per lo studio delle lingue: Giacomo può mantenere vivo il suo italiano, dal momento che per lui (e lo dico con profondo rammarico) parlare in tedesco è più naturale, malgrado in famiglia si parli esclusivamente italiano e lui legga volentieri nella nostra lingua (un Grazie particolare va a Geronimo Stilton). Tommaso lo usa per migliorare il suo inglese e per me è un alleato insostituibile nello studio del tedesco.

6.Amazon & co.. Non sono una fan degli acquisti online, ma spesso è l'unico modo che abbiamo per acquistare libri in italiano e altri prodotti che qui sono difficili da reperire. 
Per noi non è più soltanto un metodo comodo e veloce di acquisto, è diventato un mezzo per rimanere ancorati alle nostre abitudini e alle nostre radici.

7.La caraffina. Come tutti sapete in Germania, o meglio, in tutti i paesi fuori Italia, il bidet è un oggetto rarissimo da trovare. 
Nei due anni spesi a cercare casa, credo di aver visto il bidet solo in due case, mai in un appartamento. 
So che molti hanno rimediato con un doccino, io, invece, con la caraffina, come nei “bei tempi andati”. 
Caraffine su paesaggio bonnese
Complice il fatto che i bagni qui sono, in media, molto più piccoli di quelli italiani e che il water si trova, quindi, quasi sempre vicinissimo al lavandino e spaventata dalla combinazione bambini/doccetta, che richiama alla mia mente immagini da diluvio universale, abbiamo provato la caraffa. 
Comoda, infrangibile (è di plastica) economica (circa 1,50 euro) ecologica (si usa più o meno 1 /1,5 litri per lavaggio) e trasportabile (nelle case mobili dei luoghi di villeggiatura e negli Hotel spesso non c'è il bidet) è diventata fin da subito il nostro “mai più senza” per antonomasia.

Se vi è piaciuta la mia classifica, scrivetemelo nei commenti, se, invece, non vi è piaciuta, scrivetemelo sempre nei commenti e condividete con noi, se ne avete voglia, la vostra personale classifica dei “mai più senza”.

Fino alla prossima, Buona vita a tutti.

martedì 20 marzo 2018

Falsi amici


Ve lo avevo promesso e, anche se con molto ritardo, eccomi a scrivervi non di amici in carne ed ossa, ma di quelle parole straniere (in questo caso crucche) che somigliano a parole italiane, ma, ahimè, hanno un significato molto diverso e rischiano di fare aumentare (se possibile) la quantità di figuracce e di malintesi con i nativi.

Rubinetto, Nessun Uomo, Vecchio, Ottone

Iniziamo da “Armatur”. Sia che stiate pensando a cavalieri medievali sia che vi venga in mente Iron man, siete fuori strada. In realtà significa “rubinetteria”. Lo so, non ci sareste arrivati nemmeno tra un milione di anni e, del resto, magari neanche la parola “rubinetteria” usate tutti i giorni.

Più grave, invece è usare il verbo “kollaborieren”. Io, la vostra campionessa olimpionica di figuracce, l'ho usato per dire alla mia insegnante che mi avrebbe fatto piacere “collaborare” ad un progetto.
Niente di più sbagliato.
Per fortuna, la mia insegnante mi conosce, ma “kollaborieren” in tedesco vuol dire “collusione” di stampo mafioso, oppure “essere un collaborazionista”, in particolare del regime nazista. Per questo i tedeschi evitano di usare questo termine.

Invece continuano ad usare “Lager” che in tedesco vuol dire “deposito/magazzino”. A me all'inizio faceva accapponare la pelle, ma tant'è.
Cat, Gatto Di Razza, British Shorthair

Attenti anche al gatto. Sì amici, perchè gatto si scrive Katze e si pronuncia kazze. Avere “eine große Katze” (un grande gatto), può dare adito a imbarazzanti fraintendimenti, ma dopo qualche anno non vi verrà più tanto da ridere.
A me fa ancora ridere, invece, “schminken”, che in realtà corrisponde a un innocente “truccarsi”.

Questo per dire che anche i tedeschi sanno essere comici, è che spesso non ne sono consapevoli.

Anche se ci avviciniamo al mondo accademico, troviamo in sacco di falsi amici, alcuni buffi, altri più pericolosi.
Ad esempio quando vi chiedono se avete un “Diplom”, non si riferiscono al nostro “diploma” di scuola superiore, ma alla laurea.
Accade spesso, quindi, che ci sia un malinteso riguardo alle qualifiche.
Studium”, poi, non è il semplice studio, ma il percorso universitario.
Ancora, i compagni di Univesità, non sono “colleghi” (almeno così venivano chiamati ai miei tempi) ma “Kommilitonen”, che da noi viene usato, invece, in ambito militare.
Infine, potreste avere problemi anche con lo “Stipendium” che in Germania non indica il compenso per un lavoro, ma una borsa di studio, che solitamente si riceve come ricercatore all'università o per i Praktika (i praticantati).

Questo è solo un inizio, ne mancheranno ancora centinaia, quindi, se qualcuno vuole essere così generoso da suggerirne altri, potremo aiutare, ancora di più, qualche connazionale ad evitare qualche malinteso e qualche brutta figura.

Per tutti Buona Vita e buon primo giorno di Primavera (sperando che, sentendosi chiamata, arrivi davvero).


martedì 13 febbraio 2018

“F” come... Figuracce

Hawaii, Totem, Legno, Immagine, Tribù
Come mi sento io quando faccio le brutte figure

Finalmente ho capito qual'è il mio posto nel mondo e perchè sono finita in Germania: il mio compito è portare un po' di buon umore nella vita dei tedeschi che hanno la “fortuna” di incontrarmi.
Vi ricordate il mio post di qualche tempo fa “Tedesco o non tedesco”. Se non ve lo ricordate, potete andare a rileggerlo cliccando qui, questo potrebbe essere considerato la sua ideale continuazione.
Vi avevo già raccontato delle mie disavventure linguistiche, in occasione di un dolore alla spalla che, fortunatamente, ho risolto. Quello è stato per me l'inizio di una nuova (perchè mica è la prima) ondata di malintesi e di figuracce, senza soluzione di continuità.
Quando sono andata a fare i raggi ad esempio.
L'infermiera, in mezzo ad una sala d'attesa pienissima mi chiede l'Überweisung...
L'unico significato di Überweisung che io conosco è “bonifico” inteso come bonifico bancario.
E' una delle prime parole che abbiamo imparato qui, per ovvi motivi.
Mi ha un po' insospettito questa richiesta, ma ho pensato che, per quanto strano, mi volesse dare i dati per fare il pagamento dei raggi, così le ho chiesto quanto dovevamo pagare.
Avreste dovuto vedere l'espressione della sua faccia: mi ha guardato come se avesse visto un alieno e mi ha chiesto che cosa intendessi per pagamento.
Allora mi sono anche un po' risentita e le ho risposto che era stata lei a chiedermi l'Überweisung.
A quel punto ha cominciato a ridere come una pazza e ancora un po' soffoca in mezzo alla sala d'attesa, con tutti i pazienti che guardavano me e il Peppe, chiedendosi che cosa avessimo di tanto comico.
Quando si è ripresa, dopo essersi scusata, ci ha spiegato che Überweisung non era inteso come “bonifico” ma come “impegnativa” del medico (e non è stato neanche facile capirlo).

Magra consolazione, almeno le radiografie sono gratis.

Però non è finita qui, perchè è evidente che il mio destino imperversa contro di me.
Una settimana dopo, ho dovuto prenotare un controllo in ospedale per mia suocera.
Forte delle mie ultime scoperte linguistiche, mi presento tutta tronfia dal nostro medico di base, spiego tutto alla segretaria e le chiedo un'Überweisung.
Ora che lo so, lo uso.
Per tutta risposta, lei mi chiede se volevo un'Überweisung o un Einweisung.

E allora ce l'avete con me, ditemelo che vi siete tutti coalizzati per mettermi in difficoltà e non ne parliamo più.

Al mio sguardo disperato la segretaria, mossa a pietà, mi chiede, pensando di aiutarmi, se mia suocera ci andrà da “ambulant”.
Ripescando le mie nozioni di latino (dove “ambulo” vuol dire, appunto, “camminare”), le rispondo che mia suocera cammina, quindi ci andrà da “ambulant”.
A quel punto la segretaria in questione, che, per fortuna è molto gentile e ci conosce da tempo, dopo avermi lanciato lo stesso sguardo che si lancia ai bambini che proprio non ci arrivano, ha smesso di fare tutto quello che stava facendo, mi si è avvicinata e con atteggiamento materno e mi ha spiegato che “ambulant” vuol dire “ambulatoriale” (facile no) e basta un'Überweisung, mentre se rimane più giorni in ospedale ci vuole un'Einweisung (“richiesta di ricovero”).

Il prossimo che mi racconta che il tedesco non è una lingua difficile lo prendo a testate.
Però voi, cari amici expat, ora lo sapete, così, magari, vi risparmierete le mie figuracce.

La prossima volta, tanto per rimanere in tema, vi racconto un po' di falsi amici: quelle parole che somigliano all'italiano, ma che hanno tutto un altro significato. Queste, proprio come in falsi amici nella realtà, possono essere pericolose e possono far collezionare a voi brutte figure, mentre regaleranno ai tedeschi, dopo il primo momento di destabilizzazione, un bel po' di buon umore.

Nel frattempo, se vi va, raccontatemi le vostre figuracce, così non mi sento sola e venite a trovarmi su Fb.

Buon Carnevale e Buona Vita a tutti


martedì 23 gennaio 2018

Blue Monday, Certificati e altre amenità della burocrazia tedesca

Lo scorso martedì era il Blue Monday e, siccome noi siamo fatti al contrario, mentre tutti festeggiavano, soffrivamo e, nel giorno più triste dell'anno, abbiamo festeggiato.
Tutto normale direi.
Anche se per me ogni ragione è buona per festeggiare, questa volta il motivo era davvero ottimo: il Peppe ha ricevuto (finalmente) il certificato che gli permette di esercitare anche in Germania la professione di infermiere specializzato.
Per ottenerlo ci sono voluti 4 anni e mezzo (incluso un anno e mezzo per aspettare tutti i documenti) 6 prove d'esame, nervi saldi e molta, moltissima pazienza. Per tutto il resto c'è stato il Maalox.
Fino ad ora, infatti, pur essendo Giuseppe un infermiere specializzato in terapia intensiva, con tanto di Master post laurea e pur essendo, in Germania, la professione di infermiere esercitabile con un corso che si può fare dai 16 anni in poi, ha sempre lavorato (almeno ufficialmente) come “aiuto infermiere” e, di conseguenza è sempre stato pagato come “aiuto infermiere”.
Vi ricordate quando vi raccontavo che qui per fare qualunque lavoro dovete avere un “certificato”? Ecco, parlavo per esperienza.

Come funziona, però, il “magico” mondo delle certificazioni, delle equipollenze e dei riconoscimenti in Germania?
In tre parole: “lento, complicato e, talvolta, ingiusto”, come in tutto il mondo.

Quindi siete avvisati.

Questo post cerca di fare un po' si chiarezza, e di dare qualche indicazione di massima, ma ricordate, in questo caso più che mai, non ci sono differenze solo a livello regionale, ma, persino a livello di città di residenza.
Questo è talmente vero che molti nostri conoscenti hanno trasferito la propria residenza da Bonn, dove è tradizionalmente più difficile il test linguistico e di competenza per gli infermieri, in città limitrofe, dove qualcuno è riuscito a superare l'esame di tedesco, parlando in inglese.
Tanto per dimostrarvi che tutto il mondo è paese.

Vorrei, però, in questo post, non fare polemica, che poi non serve a nulla, ma cercare di fare una descrizione sommaria e generale di come funziona il sistema tedesco in questo settore e, se posso permettermi, darvi un consiglio basato sulla nostra esperienza.

Il consiglio è di prendere le certificazioni linguistiche in Italia, previo accertamento che il tipo di certificato ottenuto sia riconosciuto anche in Germania. Infatti, è risaputo (da chi? Visto noi lo sappiamo solo ora) che gli esami sono molto più semplici, anche perchè raramente avrete a che fare con dei madrelingua che parlano tedesco tutti i giorni.

Ora, addentriamoci nel magico mondo della burocrazia tedesca.
Lo so che siete già tutti un brivido...di terrore.

Anzitutto, in Germania esiste una prima grande differenza tra, professioni regolamentate e professioni non regolamentate.

Professioni regolamentate: sono quelle (es la Sanità, o l'Istruzione) per le quali è previsto un organo ufficiale di regolamentazione. In questo caso, le regole per svolgere la professione sono dettate direttamente dall'ufficio competente.
Tradotto: nel caso il cui il vostro corso di studi finalizzato a esercitare quella professione non sia equipollente a quello tedesco, vi sarà richiesto di integrare le vostre competenze con corsi, ore di esperienza sul campo ed esami aggiuntivi.
Es pratico: per insegnare in Italia non erano richiesti esami specifici di pedagogia, in Germania sì, quindi io, nel caso in cui voglia diventare insegnante qui, dovrò frequentare dei corsi di pedagogia all'Università tedesca, oltre a ottenere un certificato di lingua c2 (come un madrelingua) e altre amenità, con le quali non voglio annoiarvi.
Tanto ci siamo capiti.

Professioni non regolamentate: tutte le altre. Per queste professioni non esiste un Anerkennungsbehörde , cioè un organo ufficiale che possa riconoscere la vostra Laurea.
Che cosa vuol dire questo?
Non significa che, mentre per le professioni regolamentate bisogna passare attraverso questi uffici pubblici e rispondere a precisi requisiti, queste ultime professioni possono essere esercitate da chiunque.
Potete, comunque, essere contenti, perchè il vostro cammino sarà meno travagliato dei vostri più sfortunati compagni di viaggio.
Anzitutto, non dovrete, almeno per ottenere la “valutazione del certificato/titolo” (Zeugnisbewertung) superare nessun esame di lingua (diverso potrebbe essere il discorso per ottenere un posto di lavoro).
Fate attenzione perchè questa è diversa dal “il riconoscimento” (Anerkennung) che si può ottenere solo dall' Anerkennungsbehörde di cui sopra.

Avrete tutti e, in ogni caso, bisogno di fare una traduzione certificata del vostro titolo di studi, cosa per la quale avrete bisogno di traduttori certificati.
Ne trovate, facilmente, l'elenco sui siti dei Consolati della regione in cui andrete a vivere.
Dovrete, poi, rivolgervi ad un centro che possa redigervi, dopo aver attentamente esaminato tutti i vostri documenti e accertatone il valore in Italia e l'equipollenza con il sistema scolastico tedesco, la
Zeugnisbewertung, che potrete allegare, senza altro, alla vostra domanda di lavoro. Facile no?
Come al solito vi fornisco anche il link di un sito (in tedesco, quindi leggetelo con google se non conoscete la lingua) che può fornirvi questa “valutazione”.

La Zeugnisbewertung può servire anche a chi necessita del “Anerkennung”, perchè può fornire una valida base all'ufficio che se ne occuperà e può, nel frattempo, essere utilizzata come riscontro delle vostre attuali competenze da vari enti, o aziende.
Ultimo, ma non per ultimo, nella Zeugnisbewertung, trovate anche delle indicazioni su quali tipi di corsi o master potete frequentare con il vostro titolo, per approfondire le vostre competenze e fare carriera.

I tempi per il rilascio sono molto variabili, ma non aspettatevi risposte fulminee, perchè le cose da controllare sono moltissime.

Nota: la traduzione in italiano dei nomi tedeschi dei suddetti certificati e riconoscimenti è una traduzione casalinga (io non sono una traduttrice), quindi prendetela per quello che è, un tentativo di rendere chiari dei concetti che non esistono in Italia (almeno per quanto ne so io).

Sperando, come sempre, di esservi stata di una qualche utilità e di non avervi fatto venire il mal di testa, invito chi ha altre informazioni a scriverle nei commenti, in modo da essere più utili possibile.
A me non resta che augurare a tutti “in bocca al lupo” e
Buona vita


giovedì 11 gennaio 2018

Chi ben comincia... Aaargh!

La mia bella storia di Natale, se continua così, ve la pubblicherò a Pasqua.
Io mi impegno ad essere positiva, ma ragazzi, se il buongiorno si vede dal mattino...
Dopo l'ondata di influenza, dalla quale non siamo ancora usciti del tutto, con la ripresa della scuola e del lavoro, ho dovuto fare i conti il mio buon proposito per l'anno nuovo.
Udite, udite farò l'esame di tedesco (B2/C1). Fin'ora l'ho sempre rimandato per tre ottimi... diciamo buoni... discreti? motivi.
  1. Sono una fifona, continuo a fare corsi e a studiare, ma l'idea di essere giudicata, mi fa rabbrividire. E dire che di esami ne ho dati tantissimi, tra l'università e corsi post universitari, ma il mio istinto è quello di evitarli, sempre e comunque.
  2. Non ho grande fiducia in questi esami, perchè ho visto e sentito troppa gente che “ufficialmente” avrebbe dovuto parlare un ottimo tedesco non riuscire neanche a fare una telefonata, o a prendere un appuntamento.
  3. Non ne ho mai avuto bisogno, fino ad ora.

Ora, invece, se voglio sperare di riuscire ad essere pagata in modo adeguato per insegnare, ho bisogno di certificare il mio livello di tedesco, per cominciare a fare tutte le pratiche per diventare “insegnante certificato”.

Non vi sto a raccontare tutta la trafila burocratica, le competenze richieste e tutto il resto, sappiate solo che “Europa Unita” una cippa.

La decisione di cui sopra, caldeggiata dagli amici e dal Peppe, che mi hanno dato il tormento fino ad ora (e che ringrazio sentitamente) ha avuto moltissime conseguenze sia sul piano pratico, dallo scegliere il corso adatto (speriamo di non aver fatto cavolate), allo scegliere il tipo di riconoscimento accettato dal provveditorato degli studi tedesco e dall'università, perchè probabilmente mi toccherà frequentare anche qualche corso (altri esami), sia, inevitabilmente, sul piano psicologico. Infatti mi ha trascinato dentro una bolla di ansia e di agitazione (due amiche di lunghissima data), perchè, vi devo confessare, fuori dalla mia confort-zone non ho una grandissima autostima.
Per farvi capire la straordinaria fiducia che ho in me stessa, io sono quella che all'università, prima dell'esame era sempre convinta di non sapere assolutamente niente, anche se poi prendeva quasi sempre il massimo dei voti. Sì, lo so, faccio parte di una delle categorie più odiate da tutti gli studenti, me compresa, ma tant'è: potevo aver studiato millanta milioni di ore, ero sempre convintissima di non sapere niente.
Vent'anni, da questo punto di vista, sono passati inutilmente.
A farmi recuperare un po' di serenità ci hanno pensato i vari amici, il marito e la mia insegnate di tedesco.
Mi avevano quasi fatto sentire meglio, quasi ero riuscita a convincermi che, cosa vuoi che sia...
Fino ad oggi.

Sì perchè oggi ci ha pensato un, peraltro simpatico, medico tedesco a gettarmi nello sconforto più totale.
Da settembre, quando mi si è inchiodata improvvisamente una spalla, ho sempre male, nonostante antidolorifici e antiinfiammatori vari, così il mese scorso ho preso appuntamento da un ortopedico.
Dopo aver aspettato più di un mese per la visita e oggi, nonostante la prenotazione, quasi un'ora in sala d'attesa, incontriamo questo luminare dell'ortopedia, che, non appena ascoltato il problema comincia a parlare alla velocità della luce ed io, che da brava bambina mi ero pure preparata sui termini medici,

non ho capito nulla...

No, proprio nulla no: ho capito puntura, infiammazione, bonifico, telefonare, due settimane, senza appuntamento e risonanza…

Eh???
Gli ho anche chiesto se poteva parlare più lentamente e lui ha annuito, ma niente, non sono capaci.
Che io lo capisco che hai la sala d'attesa piena, ma se io ho aspettato un mese prima un'ora adesso, vorrei almeno capire che cosa ho e che cosa dobbiamo fare.
Per fortuna c'era con me Giuseppe che, invece, ha capito tutto e ha riempito in miei buchi.
In sostanza il dottore mi proponeva una puntura di cortisone subito, per alleviare l'infiammazione.
La puntura è a pagamento, ma possiamo fare un bonifico quando ci spediranno la fattura (questo lo avevo capito, in effetti). Se mi passa, siamo a posto, se passa solo un po' o, se passa e ritorna, per poter fare una diagnosi, devo fare una radiografia, che si fa in un centro senza prenotazione e prendere un nuovo appuntamento con lui, ma ci sentiamo entro 15 giorni, per sapere come sto. Se la radiografia (che si dice Roettgenstrahlung, ma Roettgen per gli amici) non fosse risolutiva bisogna fare anche una risonanza (M.R.T, tanto per semplificare). Nel caso possiamo anche fare altre punture, nel frattempo, per alleviare il dolore.
Per capire tutto questo, ho dovuto chiedere a Peppe di parlare, oltre che con il medico anche con la segretaria, la quale aveva dato a me le indicazioni per i vari esami, non sapendo che, ormai io non avrei capito neppure il mio nome.

In conclusione:
1)non so che cosa ho alla spalla, ma tanto per stare sul sicuro, mi hanno iniettato cortisone (che tanto male non fa) e poi si vedrà.
2)la mia autostima è precipitata peggio delle vendite dei panettoni dopo Natale, visto che dopo 4 anni di Germania (anniversario di pochi giorni fa) e millanta corsi di tedesco, ancora non capisco niente di niente...

Ora, come dice Giuseppe, vado a cercare un fosso in cui buttarmi a piangere, ma, non temete, perchè, come dice in “Via col vento” Vivian Leigh, “Domani è un altro giorno”...

Aspettando domani, auguro a tutti voi un Buon 2018 e, come sempre,

Buona Vita