Buon Natale

Buon Natale
Tommaso e Giacomo sui maialini, simbolo del nostro quartiere.

mercoledì 25 marzo 2015

"La Compagnia della tessera sanitaria" parte 2°.


L'assicurazione sanitaria tedesca a cui spedimmo il “Modulo”, nel giro di due giorni ci tolse qualunque illusione, l'indirizzo riportato era quello italiano, non quello tedesco.


Era tutto da rifare: il “supermegadirettore” della filiale dell'Inps aveva messo l'indirizzo sbagliato.

So cosa state pensando, lo abbiamo pensato anche noi.

Altro che sensazione di non tutela, ci siamo sentiti come Asterix ad affrontare l'8° de “le 12 fatiche di Asterix”.
Però, seguendo i suoi insegnamenti (grande scuola di vita “Asterix”) io, che sono una combattente e ho vissuto in Italia troppo a lungo per farmi abbattere, con la mia arma magica (il telefono) ho ripreso la mia battaglia:

Telefonata n° 1: Al direttore dell'Inps per segnalare l'errore (con diplomazia e senza insultarlo) e chiedere la compilazione di un nuovo modulo. Naturalmente

Problema n° 1 (Ne dubitavate?). Il direttore non poteva compilarmi il modulo con l' indirizzo tedesco fino a che mia suocera non fosse stata iscritta all'AIRE. Così facendo però avrebbe perso la copertura sanitaria italiana. Che fare??

Intanto le medicine erano finite, quindi abbiamo dovuto andare da un diabetologo privatamente, pagando esami e farmaci. Totale: più di 600 euro, ma non era carino lasciare la nonna senza farmaci e aspettare il coma diabetico per poter avere accesso alla copertura sanitaria italiana.

Telefonata n° 2: Al Consolato generale d'Italia, ufficio AIRE per sapere cosa fare ossia “ dove vado a sbattere la testa.... “.

Problema n° 2 (quando la conoscenza è complicazione, non soluzione): dall'impiegato dell'AIRE venni a sapere che:
“ Senza l'assicurazione sanitaria, non ci si può iscrivere all'AIRE, 
  senza l'iscrizione all'AIRE non ti compilano il modulo con l'indirizzo tedesco,   senza il modulo non puoi avere l'assicurazione sanitaria, 
  senza l'assicurazione sanitaria...."
beh avete capito. A questo punto entrambi concludemmo che “Sì, forse c'è un piccolo buco amministrativo”.

Come in tutte le fiabe, nel momento in cui tutto sembra perduto, qualcuno che ti aiuti davvero salta fuori, ed anche io trovai in mio “Bianconiglio”. 
Per fortuna (mia) anche l'impiegato era diabetico, quindi, mosso a pietà, mi disse di compilare i moduli per la registrazione e di andare da lui il giorno dopo: avrebbe iscritto Mattea e mandato una procedura d'urgenza al nostro ultimo Comune di residenza. Venerdì eravamo al consolato, lunedì l'impiegato del Comune (precedentemente avvisato e che ringraziamo), mandava al direttore dell'Inps l'iscrizione all'AIRE. Quella stessa settimana mio papà (perdendo un altro giorno di lavoro) portava a spasso un nuovo modulo tra Inps e Asl.


Appena ricevuto il modulo lo inviammo all'assicurazione sanitaria che in meno di una settimana, non solo iscrisse Mattea, ma ci rimborsò anche quanto avevamo speso in precedenza.


Finalmente ce l'avevamo fatta.


Come tutte le favole, anche la Mattea aveva avuto il suo lieto fine (e la sua tessera sanitaria).



Mi preme, però, raccontarvi ancora un aneddoto legato a questa faccenda: vi ricordate del direttore dell'ufficio estero dell'Asl, quello con 30 anni di esperienza, che sapeva tutto, ligio alla legge “..Che se ce ne fossero come me...? ecc,ecc”. (Se non ve lo ricordate, rileggete la prima parte di questo racconto)
Visto che il primo modulo conteneva un errore, lo chiamai per avvisarlo che avrebbe dovuto compilarne un altro. Ebbene, sapete che cosa mi disse questo “paladino della giustizia e dell'integrità?”...che non era necessario e che potevo benissimo staccare il primo foglio dal nuovo modulo ed attaccarlo alla parte già compilata del vecchio e che tanto non importava se la prima parte aveva una data posteriore alla seconda. Gli feci notare che in questo modo avrei falsificato un atto pubblico. Solo allora, in tono condiscendente, mi disse che, se proprio volevo, me l'avrebbe ricompilato.

L'Italia è davvero un paese meraviglioso, dove si è ligi alla legge, quando questo causa lavoro e crisi di nervi agli altri, ma se questo ci costringe a fare il nostro lavoro, allora si diventa subito molto più “creativi”.

Vogliamo augurare "In bocca al Lupo" a tutti coloro che si scontrano con le istituzione e mandarvi il nostro grido di battaglia: "SI PUO' FAAAAARE" ( da "Frankenstein Junior" di Mel Brooks)




giovedì 19 marzo 2015

"Mattea nel paese della sanità" (ovvero "La compagnia della tessera sanitaria")


Un'amica Blogger ed expat (http://unafamigliainbretagna.blogspot.de/) come noi, ha di recente scritto un post sulla “sensazione di non tutela da parte dello stato italiano”. 
Questa non è certo una novità (purtroppo), ma mi ha fatto riflettere perchè, (e qui mi tocca scrivere un altro “purtroppo”) questa sensazione ti segue anche all'estero e spesso viene confermata (terzo purtroppo) ogni volta che, in quanto cittadino italiano hai bisogno dello stato per un motivo qualunque.
Anzi, quella sensazione di “non tutela” all'estero si amplifica perchè la lontananza funge da cassa di risonanza di ataviche e sempre attuali paure.
In teoria ci sono le ambasciate e i consolati, ma non possono risolvere tutto e, per quanto lavorino egregiamente (e lo dico seriamente), sono pur sempre un'appendice dello stato che rappresentano.

Alla mia amica e a quanti si accingono ad espatriare voglio dunque raccontare questa nostra avventura a monito di un facile ottimismo (liberarsi di certa Italia non è facile) e come incoraggiamento alla lotta.

Dovete sapere che quanti espatriano hanno diritto ad usufruire di copertura sanitaria, pagata dall'Italia, per sei mesi, ma (ed è un MA bello grosso) solo in caso di emergenza.

Come ormai sapete, la nonna Mattea è espatriata insieme a noi. 
Per quanto arzilla e vitale a 76 anni qualche acciacco ce lo ha: lei è diabetica (fortunatamente non insulinodipendente) e ipertesa. 
Noi, previdenti, con grande fatica, eravamo riusciti a fare un po' di scorta di medicine, per poter capire con calma come procedere per farle ottenere la copertura sanitaria in Germania (perchè anche il sistema tedesco è bello complicato). 

Ecco a voi il riassunto della nostra impresa:

Inizio ricerche: 1 Febbraio 2014: Facciamo richiesta ad una delle tante assicurazioni sanitarie parastatali che esistono qui. 
Senza entrare nei particolari, così da non farvi venire il mal di testa prima di cominciare, in Germania le assicurazioni sanitarie parastatali (per quelle private è tutta un'altra storia, che vi risparmio) vengono pagate dai lavoratori (e dai datori di lavoro) tramite la busta paga e coprono l'intera famiglia. Siccome Mattea è pensionata e paga le tasse in Italia l'assicurazione sanitaria tedesca per lei era gratuita (vengono rimborsati poi dallo stato italiano), ma aveva bisogno di un certificato che attestasse che riceve la pensione dall'Italia è che era in carico alla “tal” Asl. 

Detto così sembra semplice, ma

Primo problema: il nome del certificato. 
Eh si perchè noi italiani siamo fantasiosi: prima si chiamava E121, ma poi gli hanno cambiato il nome perchè, evidentemente, non piaceva e lo hanno chiamato S01. Però, le alte sfere non si sono preoccupate di avvisare tutti gli uffici, quindi i più tradizionalisti non sapevano dell'esistenza del S01, mentre i più all'avanguardia avevano già dimenticato il vecchio nome. 
Morale: 10 giorni di mail a “Inps risponde” e all'Asl per capire il nome di questo pezzo di carta che, come lo chiami lo chiami, abbiamo scoperto essere assolutamente identico (come la famosa rosa di "Romeo e Giulietta", ma molto meno poetico). 
Ci abbiamo perso 10 giorni, anche perchè

Secondo problema: chi lo rilascia? 
Già, perchè anche questo è un punto controverso, anzi un mistero che ogni regione (per renderlo ancora più insondabile) gestisce in modo diverso (questo l'ho scoperto solo inseguito confrontando la mia storia con altre). 
Era intorno al 12 febbraio quando scrissi la mia seconda mail a “Inps risponde”.  
Qui vorrei aprire una parentesi: come saprete all'Inps non conviene telefonare, quindi o, vi recate in una sede (cosa un po' scomoda per noi) oppure dovete scrivergli. 
Dovete però sapere che a "Inps risponde” non vi risponderanno impiegati Inps, ma dei burloni pagati per complicarvi la vita e ridere delle vostre crisi di nervi, quindi non c'è verso di avere informazioni esatte (ho tutte le mail per dimostrarlo).
Siccome questo particolare a quel tempo mi sfuggiva, presi per buona la mail che mi mandarono e chiamai l'Asl della nostra zona, la quale avrebbe dovuto rilasciarmi questo certificato. 
Dopo la solita mezz'ora di attesa e cambio di impiegati, peggio che in una quadriglia, mi rispose il responsabile dell'ufficio preposto, il quale, non appena gli presentai il problema, mi sommerse di improperi e di “Lei non sa chi sono io" e di "Ma chi le ha dato queste informazioni?” e altro meno bello da scrivere. Alle mie timide rimostranze, mi ordinò “Lei ora fa quello che le dico io perchè sono 30 anni che lavoro qui (ricordatevi questo particolare)......e mi snocciola tutta una serie di documenti da produrre (tra cui un certificato di “non residenza” di cui solo lui conosceva l'esistenza) e mi intima di mandarglieli via mail con il motivo di richiesta del “benedetto certificato” “Perchè bisogna essere precisi, ci sono dei bei soldi in ballo” (si, i nostri). Tutto ciò però non bastava perchè l'Asl compila solo una parte del modulo, mica tutto, l'altra parte la deve compilare l'ufficio Inps che versa la pensione.

Io ve l'ho fatta breve, ma ci abbiamo messo una settimana.

A questo si è aggiunto per noi un 3° problema: avevamo traslocato da Torino soltanto da 10 anni, quindi, pur avendo mandato tutti i documenti, l'Inps di appartenenza era ancora in provincia di Torino.
Questo, però, ci ha portato via solo tre giorni di ricerche telefoniche.

A questo punto cerco e trovo l'indirizzo mail dell'ufficio Inps di appartenenza (perchè il numero di telefono, che pure c'è, ti rimanda ad un numero verde a cui rispondono i cugini di quelli che rispondono alle mail). 
Mando quindi una mail che sembrava un romanzo di Tolstoj al direttore  del suddetto ufficio Inps spiegando, allegando ecc. 
Dopo soli due giorni di attesa, mi arriva una risposta con un numero privato da chiamare per “fornire ulteriori chiarimenti”. 
Fornisco ulteriori chiarimenti, alla fine ottengo di avere “Il modulo E121 o S01, vediamo che cosa abbiamo,tanto sono uguali”(qui c'era la terza fazione: i possibilisti) compilato per metà.
Perfetto... fino ad un certo punto. 
Mio papà perde una giornata di lavoro per andare a ritirare il Modulo dall'Inps
e portarlo all'Asl, dove però non potevano compilarlo subito (1 timbro e 1 firma, giuro). 
Ci fanno aspettare una settimana; mio papà va a ritirarlo appena pronto e me lo spedisce.


Eravamo a metà marzo, le medicine quasi agli sgoccioli, la nostra salute mentale anche, ma ce l'avevamo fatta....

Così credevamo. 

Alla prossima puntata per il gran finale



mercoledì 11 marzo 2015

I nostri vicini di casa



                 Questi sono i nostri vicini di casa a quattro zampe.

Mi hanno chiesto di scrivere questo post i miei bambini per far sapere ai loro amici italiani, ma non solo, com'è il posto dove abitiamo ed io, naturalmente, mi sono prestata volentieri. Tommaso, soprattutto vorrebbe raccontare come è cambiata la sua vita da quando siamo in Germania.

In Italia vivevamo, come già molti di voi sapranno, in un meraviglioso paesino dell'astigiano, in una casa con il giardino (e cagnone, naturalmente).

Qui viviamo in un appartamento.
Apparentemente la vita all'aria aperta dovrebbe averne risentito ed anche una certa indipendenza da parte dei nostri figli che non possono più “razzolare” liberamente in giardino.

In realtà non è così.

Noi viviamo su una collina (a metà della collina per l'esattezza). A due minuti a piedi (Tommaso ha cronometrato il percorso) dal nostro palazzo c'è un bel parco giochi, in cui i nostri figli possono andare da soli ogni volta che vogliono perchè è collegato a casa nostra da una stradina pedonale. Questo parco giochi è circondato da strade pedonali e parcheggi, quindi i bambini possono giocare in totale sicurezza (il chè per le mamme è un bel sollievo) e senza respirare i gas di scarico delle auto.




Scendendo dalla collina , in circa dieci minuti a piedi, si raggiunge il centro del quartiere, dove ci sono negozi, supermercati, un centro commerciale, svariate palestre, una piscina, un cinema multisala, un teatro, una biblioteca pubblica, il municipio e molti locali (che per ora Tommaso non frequenta ancora).

Bisogna anche scrivere, che in tutto il nostro quartiere il limite di velocità (controllato regolarmente da autovelox) è di 30 km all'ora. Questo, unito alla presenza di piste ciclabili, permette a Tommaso di muoversi con molta più autonomia rispetto a quando eravamo in Italia: può gironzolare da solo a piedi, con la bicicletta o, con il monopattino, va e torna da scuola, va in cartoleria, a comprare il gelato, dagli amici che abitano vicino, e all'AWO, dove fa i compiti con alcuni suoi compagni sotto la supervisione di un'insegnante. Lui è molto felice della sua indipendenza perchè si sente un adulto e per noi è un grande risparmio di tempo.

I nostri vicini di casa a 4 zampe li incontriamo, però, salendo su per la collina: a 15 minuti a piedi ( 15 minuti intensi, visto che è una bella salita) c'è un bosco, trasformato in parco dal comune di Bonn. 


Questa è la meta preferita di Tommaso e Giacomo per andare in bicicletta o, inventarsi avventure all'Indiana Jones. Infatti, non solo, si possono percorrere molti sentieri diversi, ma ci si può anche avventurare nella boscaglia in cerca di scoiattoli, uccellini di varia natura, o, tesori nascosti e pirati (sì, i miei figli ne bosco ci trovano anche i pirati) . In questo bosco si incontrano (separati dalla stradina da apposito recinto) i nostri vicini a 4 zampe: maestosi cervi, daini, renne (Giacomo pensa che siano quelle di Babbo Natale in vacanza) e, naturalmente, cinghiali di ogni età e grandezza.





Qui c'è anche un grandissimo parco giochi, dove i bambini possono scatenarsi ad arrampicarsi, dondolare, giocare con la sabbia, compiere percorsi ad ostacoli e quant'altro.




C'è anche un “sentiero sensoriale” dove i bambini (e gli adulti) possono camminare scalzi, per percepire le diverse consistenze del terreno (legno, ciottoli, muschio ecc).

Naturalmente i bambini lo adorano.

Noi ci sentiamo molto fortunati ad essere capitati in un posto dove la vita all'aria aperta si coniuga perfettamente con la civiltà, la cultura e, diciamocelo, anche con la comodità di andare a piedi a fare la spesa (perchè non si vive di sola cultura e avventura).

Poter offrire ai nostri bambini visite ai musei, corse in bicicletta e indipendenza, tutto nello stesso spazio-tempo era quanto di meglio potessimo chiedere.


Credo che questo sia un criterio di valutazione a cui si dovrebbe pensare quando si decide una meta per l'espatrio (se si hanno o si vogliono figli) anche se, stranamente, è qualcosa che pochi prendono in considerazione. Quindi ve lo segnaliamo, così che anche i vostri bambini possano essere contenti del cambiamento.

giovedì 26 febbraio 2015

Una cabina...di Civiltà




Non siamo a Londra e quella che vedete non è una cabina telefonica o, meglio, non lo è più. 

Questa meravigliosa cabina, che si trova a poche centinaia di metri dall'università di Bonn, non contiene un telefono, ma serve ugualmente per comunicare, comunicare cultura, storie, idee e emozioni. 
Potremmo chiamarla una “cabina di libri”. 



Dal 1987 è un crocevia di libri di ogni natura e di ogni genere (dai romanzi ai libri di cucina, dai saggi ai fumetti) scritti nelle lingue più svariate (ho trovato persino un saggio su Pasolini allegato ad una vecchia copia de “La Stampa”). 





Chiunque voglia portarvi un libro che ha amato (o che ha odiato) e prenderne altri è libero di farlo. 

Si trovano libri con vari commenti in prima pagina dedicati ai prossimi sconosciuti lettori, così ogni testo diventa unico e irripetibile, impregnato dei pensieri di coloro che lo hanno avuto per un po' al loro fianco. 
La cabina è sempre aperta e molto visitata, tuttavia è pulita e ben tenuta (tranne qualche graffito che viene regolarmente rimosso) e i libri sono tutti in ottimo stato. 

Abbiamo saputo da amici che questa non è un ' iniziativa isolata, ma che cabine, cassette e armadi di libri sorgono un po' in tutta la città.

Il confronto con l'Italia, per quanto doloroso, sorge spontaneo, ma non è mia abitudine emettere giudizi, quindi preferisco raccontare una nostra esperienza.

Quando eravamo in Italia abbiamo stretto amicizia con la proprietaria della nostra pizzeria di fiducia. 
Lei aveva avuto l'idea, molto carina a nostro avviso, di allestire un angolo con libri e fumetti, affinchè gli avventori potessero leggere mentre aspettavano la pizza o durante una cena solitaria. 
Gli stessi clienti avevano la possibilità di portare, prendere e scambiare i libri. Purtroppo il progetto fallì miseramente nell'arco di tre mesi, poiché, malgrado la piccola biblioteca fosse all'interno del locale molti dei libri erano stati presi, ma nessuno ne aveva portati di nuovi e i pochi rimasti erano ormai inutilizzabili.

Poichè noi apparteniamo a quella razza di emigrati (o expat come amano chiamarci) che sono felici delle lacune della propria patria, speriamo che questa sia solo un'eccezione e che presto sorgano cabine e armadi di libri anche in Italia perchè siamo convinti che la civiltà cominci dalle piccole cose.

Buona lettura a tutti





martedì 17 febbraio 2015

“Kamelle.....Kamelle” (“Caramelle....Caramelle”)

. Gridano grandi e piccini durante le sfilate di carnevale qui a Bonn.    

A quanti ancora credono che i tedeschi non sappiano divertirsi, posso consigliare di venire da queste parti durante le settimane del Carnevale: i tedeschi, durante questa festa, impazziscono, letteralmente.  
Tanto per cominciare, qui il Carnevale dura 2 settimane e si comincia a festeggiare una settimana prima rispetto all'Italia, con le sfilate organizzate dalle scuole elementari, a cui si uniscono bande di quartiere, Majorette e chiunque abbia voglia di lanciare dolcetti e non solo. Per noi è stato sabato scorso, con Tommaso vestito da uomo forzuto, insieme a tutti i suoi compagni di scuola.






Questa domenica, invece, sfilata a Bad Godesberg, il nostro quartiere. 


                                   le nostre piccole guardie imperiali

Per due ore circa, si sono lanciate a bambini e adulti muniti di grandi buste della spesa, non solo caramelle, cioccolato vario, pop corn e patatine, ma anche, fazzolettini di carta, spugnette, piccoli giocattoli, borse per la spesa, secchi, pasta, tovagliolini, magliette, fiori e piccole bottigliette di liquore (solo agli adulti). 
Tutti si mascherano nei modo più improbabili (abbiamo visto banane, pompe di benzina, polipi, ogni genere di animali e oggetti) e si sbracciano per ricevere dolci.




Persino le vecchiette in carrozzina o con il deambulatore non rinunciano a un cappellino a forma di vaso di fiori. 
Non vi divertirete solo se: odiate il caos, non vi piace mascherarvi e siete astemi, insomma se siete un Giuseppe (che si è, comunque, sacrificato per i piccoli). 
Ecco quello che abbiamo raccolto noi domenica (circa 10 kg di dolcetti).



Il Lunedì, prima della chiusura, (Il Rosenmontag), ossia ieri, le sfilate più grandi, a Bonn, ma soprattutto a Colonia, dove, per l'occasione la popolazione della città raddoppia e la regione mette a disposizione treni a prezzi politici per evitare incidenti. 


Per ultimo, una curiosità: agli inizi del 900 le lavandaie, stanche di non poter festeggiare il carnevale, in corrispondenza del nostro Giovedì Grasso scesero in piazza e per protesta, tagliarono le cravatte a tutti gli uomini che incontravano. 
Da allora il giovedì grasso è qui chiamato il giovedì delle donne e in quel giorno conviene ancora che gli uomini non indossino cravatte. 


                      


Buon Carnevale a tutti 


martedì 3 febbraio 2015

Luoghi comuni

Una mia amica italiana , a cui devo grande gratitudine per l'insostituibile aiuto che mi offre quotidianamente nell'apprendimento del tedesco (grazie Renata), ha portato alla mia attenzione un bell'articolo del noto giornalista Beppe Severgnini, che accompagna un video (anch'esso davvero bello) che promuove l'Italia, cercando di sfatare alcuni luoghi comuni riguardo al nostro popolo.

Questo mi ha fatto riflettere

Per prima cosa vorrei tentare di spezzare una lancia nei confronti dei tanto bistrattati luoghi comuni: se sono diventati tanto comuni, vuol dire che un fondamento di verità ce lo hanno.

Vogliamo forse negare che la nostra cucina è una delle più apprezzate al mondo, che abbiamo esportato la mafia con così tanto successo da essere copiati dai cinesi, che siamo tanto creativi, quanto, talvolta, inconcludenti, che siamo bravissimi nelle emergenze,ma poco inclini alla pianificazione e al lavoro di squadra, e che abbiamo buon gusto da vendere (e infatti lo vendiamo)???

Detto questo esistono italiani che non sanno cucinare (strano ma vero), non tutti gli italiani sono mafiosi e corrotti e io non ho grande fantasia né buon gusto.

Insomma, come ogni generalizzazione, i luoghi comuni offrono facilmente il fianco ad ogni tipo di attacco, soprattutto in una società dove tutti vogliono essere disperatamente diversi, per poi riconoscersi in qualsivoglia tipo di comunità, anch'essa rigorosamente “diversa”.

La questione, forse, è mal posta e questo bel video mi sembra colga nel segno: non tanto sfatare i luoghi comuni, ma mostrare che gli italiani, come ogni altro popolo, sono molto più di questo.
Siamo molto più complessi e sfaccettati di qualunque riduzione, ma quella che possiamo chiamare “mentalità” di un popolo è, al di là di ogni ragionevole dubbio e delle molte eccezioni, reale: un'insieme di credenze e meccanismi mentali diffusi, la coscienza collettiva, teorizzata da molti filosofi. 

Ognuno di noi è insieme il prodotto del proprio ambiente e il risultato della metabolizzazione personale di quello stesso ambiente.

Proprio questo rende, talvolta, difficile l'integrazione, (al di là della lingua). Noi abbiamo incontrato queste difficoltà già nell'europeissima Germania, figuriamoci altrove.
Oltre le parole, (anche la dove queste siano chiare) c'è un substrato che non può essere immediatamente comprensibile: una coppia comica recitava nei loro sketch un continuo : “Ma cosa avrà voluto dire??”, noi non lo capiamo perchè veniamo da luoghi comuni diversi, mentalità diversa, educazione diversa. 
Un tedesco, ad esempio, raramente ti darà una risposta diretta ad una domanda diretta. 
Questo a noi può dare l'impressione di poco coinvolgimento nelle nostre vicende, quella certa freddezza che noi addebitiamo al popolo tedesco. 
In realtà, prendono tempo per dare una risposta concreta, (sempre diplomatica), ma che possa davvero esservi utile.

La mia conclusione è che i luoghi comuni non vadano sfatati,ma approfonditi per capirne le ragione, trovare eccezioni e differenze. 

Se usati come alleati possono insegnare molto, ma, come tutte le cose, non tutto.


venerdì 23 gennaio 2015

Si può vivere in Germania senza tedesco?

Non ho mai pensato che si potesse vivere in un paese senza conoscerne la lingua. 
Per questo, già prima di partire, tra la vendita della casa e l'organizzazione del trasloco, mi sono ritagliata il tempo (con l'aiuto dell'insostituibile Mattea) per fare un piccolo corso di tedesco-base. 
Purtroppo, non era sufficiente neppure per andare al mercato, ma non mi sono arresa. 
Da quando siamo arrivati né io né Giuseppe abbiamo smesso di studiare questa lingua perchè, per quanto ostica sia, ci pare indispensabile per costruire il nostro futuro.

La mia convinzione riguardo alla necessità del tedesco è stata però messa recentemente in discussione. 
Sia io che Giuseppe abbiamo incontrato tantissime persone che vivono qui da molti anni senza conoscere la lingua.

Come è possibile??

Esistono principalmente due classi sociali che, almeno apparentemente, possono fare a meno del tedesco (almeno noi ne abbiamo incontrate 2).

1)Coloro che lavorano in ambiti internazionali e hanno uno stipendio molto alto. Queste persone usano prevalentemente l'inglese come lingua veicolare, mandano i figli nella scuola internazionale (costo dai 14.000 ai 20.000 euro l'anno), dove le lezioni si tengono in inglese. 
Per i bisogni quotidiani, esistono i supermercati, dove non si ha bisogno di interagire, e professionisti che parlano inglese. 
Qui, quasi tutti parlano inglese e i soldi fanno il resto. 
Queste, sono solitamente persone che non hanno intenzione costruire la loro vita in Germania, anche se magari rimangono qui 20 anni: sono generalmente diplomatici, ingegneri e manager di grandi ditte. 
Questo comporta che, non solo non imparino il tedesco, ma che anche l'italiano venga gradualmente abbandonato. 
In casa cercano di parlare la lingua madre, ma, quasi sempre, va a finire che i figli parlino preferibilmente inglese tra di loro, con tanti saluti alla lingua e alla cultura di origine. 
Ultimamente ho conosciuto alcune signore italiane che si trovano in questa condizione. 
Hanno tutte un buon livello culturale eppure molte sono insensibili alla perdita della cultura italiana dei loro figli, tutte protese verso la cultura inglese, come l'unica capace di garantire un futuro prestigioso ai loro pargoli. 

Forse hanno ragione loro. 

Io voglio ostinarmi a pensare che la cultura italiana sia una cultura forte, oltre ad essere la cultura nella quale si è formato il nostro pensiero e la nostra visione del mondo. 
Credo che privarne i figli significhi privarli di una parte della loro identità, di cui, malgrado le contraddizioni attuali del nostro paese, dovrebbero andare fieri.

2)All'altro estremo della scala sociale, coloro che sono scappati dall'Italia in anni passati (dagli anni 50 agli anni 70) in cerca di un lavoro che potesse sfamare le loro famiglie. 
Spesso provengono dal sud Italia, con una conoscenza dell'italiano approssimativa. 
Hanno trovato lavoro, in ambiti in cui il tedesco non era necessario (in fabbriche in cui erano già presenti connazionali o, nella ristorazione). 

Ancora oggi questo è possibile. 

Non si sono interessati ad imparare la lingua per mancanza di mezzi (tempo, soprattutto) e perchè hanno sempre pensato che un giorno sarebbero tornati a “casa”. 
Molti, ora che sono in pensione hanno provato a tornare nel paese d'origine, ma sono ritornati qui dopo poco tempo perchè la loro vita, loro malgrado, è qui. Qualcuno vive un po' qui e un po' in Italia, lamentandosi, naturalmente di entrambe le nazioni (il privilegio dell'essere emigrati). 
Tutti costoro hanno potuto affrontare la vita quotidiana grazie alla rete sociale che avevano intorno. 
A Colonia, ad esempio c'è un quartiere italiano, la scuola italo-tedesca, dalle elementari alle superiori e molti professionisti parlano italiano. 
La stessa cosa accade agli arabi, ai turchi e a tutte le etnie che hanno una forte presenza in Germania. 
Questo rende possibile creare una piccola patria (o un ghetto, dipende dai punti di vista) in Germania. 
I figli di queste persone, generalmente trentenni ora, spesso hanno rifiutato le loro origini italiane perchè sono state per loro fonte di emarginazione ed imbarazzo. 
Ne abbiamo incontrati alcuni che hanno addirittura completamente e volutamente dimenticato l'italiano.

Sembra paradossale, ma in entrambe i casi,  il rifiuto del tedesco ha portato come diretta conseguenza il rifiuto o, la poca considerazione,  dell'italiano da parte delle seconde generazioni.

Nel mezzo, quelli che vogliono tutto, quelli che vorrebbero che i loro figli si integrassero in Germania senza dimenticare le radici e la cultura italiana, quelli che seguono la strada incerta di un equilibrio che non è mai scontato.
In mezzo ci siamo anche no,i che ricordiamo ogni giorno ai nostri bambini le loro origini, che lottiamo contemporaneamente contro il nostro falsch-Deusch (il tedesco sbagliato) e contro le forme scorrette dell'italiano in cui si esprimono, talvolta, i nostri figli.

A metà tra Goethe e Dante c'è la nostra scommessa più grande.